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Presupposti scientifico/filosofici

Nel panorama del pensiero contemporaneo, i presupposti filosofici proposti per questa disciplina si ritrovano all’interno della Psicologia umanistica.

Da un punto di vista della concezione dell’uomo infatti, questa corrente di pensiero considera l’essere umano come soggetto irriducibile e unico, dotato di una motivazione all’azione che non dipende tanto dalle pulsioni sottostanti, quanto “da valenze non quantificabili, come il bisogno di esplorazione, la creatività, la propria visione del mondo (corrispondentemente con la propria identità), la qualità delle sue relazioni con gli altri”       ( U. Galimberti), e soprattutto “l’autorealizzazione, come bisogno essenziale che sta anche alla base della motivazione e della personalità” (Maslow), e che viene, nell’ordine dello sviluppo, dopo i bisogni fisiologici, di sicurezza, d’amore, di stima.

“L’autorealizzazione può definirsi come la tendenza connaturata all’essere umano a realizzare appieno le proprie potenzialità nella sua maturazione psichica, emotiva e dal punto di vista del comportamento esteriore.” (U. Galimberti).

Questo assunto deriva dalla formulazione junghiana del processo di individuazione, come “processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. La necessità dell’individuazione è una necessità naturale, in quanto, impedire l’individuazione mercé il tentativo di stabilire delle norme ispirate prevalentemente o addirittura esclusivamente a criteri collettivi, significa pregiudicare l’attività vitale dell’individuo” (C. G. Jung, “Tipi psicologici”, in Opere, Torino, Boringhieri, 1969, vol. VI).

Questo bisogno di autorealizzazione si manifesta sotto forma di motivazione, come cioè fattore dinamico che attiva ed orienta un organismo verso una meta.

“L’uomo insomma, si propone di fare qualcosa senza essere per questo sollecitato o costretto.” (U. Galimberti).

Lewin, all’interno della teoria del campo, distingue nettamente il bisogno animale, senza progettualità e strategia (caratterizzato solo come reazione ad uno stato di necessità), da quello umano, caratterizzato da una progettualità proiettata verso una direzione ben precisa.

D’altra parte Allport, nella "teoria dell’autonomia funzionale dei motivi", afferma che “lo stato normale dell’uomo non è la passività, ma l’attività, indipendentemente da presupposti fisiologici e pulsionali.”

L’uomo dunque non è al mondo come le cose, ma si dà un mondo attraverso lo spazio ed il tempo, con quell’intenzionalità che è tipicamente sua, e nella quale risiede la sua unicità.

“L’uomo, cioè, come modo di essere, come funzione di un certo modo di stare al mondo e di un certo modo di vederlo, di rappresentarlo e di progettarlo” (Binswanger).

Ecco perché si può rinunciare a distinguere e a privilegiare il mondo del “sano” rispetto a quello del “malato”.

Anche in stato di disagio, difficoltà, malattia, l’essere umano esprime comunque non una anormalità ma una ”diversità”, determinata dal momentaneo assetto dei suoi stati fisico/mentali in continua ricerca di nuovi equilibri.

 

Stefano Martini e Raffaele Burchi